lunedì 2 aprile 2012

Nessuno che conoscessi

Sono alla Tate Modern di Londra dalle 9.45 di stamattina e penso di rimanere fino all’ora di chiusura per sfruttare il wi-fi gratuito.
Oggi ho realizzato un sogno e credo di aver alzato l’asticella di ciò che credevo di riuscire a fare nella vita.
Damien Hirst: non potrei dire nulla di nuovo su di lui, ma lui ha detto molto a me durante quest’ultimo anno. Scelsi di studiare il suo lavoro e ne rimasi affascinato. Le sue riflessioni mi trasmettono un sensazione di sincerità, una percezione che talvolta diventa arte.
Un giorno di qualche mese fa pensai che dopo aver scritto la tesi di laurea sul suo lavoro sarebbe stato emozionante avere l’opportunità di visitare la retrospettiva a lui dedicata: Tate Modern, dal 4 aprile. Ma avrei voluto farlo in una condizione particolare, durante la quale non sentirmi, come al solito, un visitatore uguale a tutti gli altri.
Scrissi una mail all’ufficio stampa della Tate per chiedere informazioni sulle modalità di partecipazione all’anteprima per la stampa. Gentilmente risposero ma non ricevetti nessuna informazione rilevante. Forse sei mesi di anticipo erano troppi per avere notizie precise.
Passa il tempo, faccio altre cose ma quando torno a pensare di vedere Hirst alla Tate mi sembra un sogno. E allora ci riprovo e scrivo di nuovo.
La gentile Kate, assistente dell’ufficio stampa dice che mi farà sapere presto. Poi più nessuna notizia. Dieci giorni prima dell’apertura della mostra però arriva l’invito: Press view fissata per le ore 10 di lunedì 2 aprile; alle 11 visita guidata dal curatore. Non resta che farsi trovare nel posto indicato all’ora indicata.
Volo a Londra sperando che tutto vada per il meglio e che il sogno non si infranga per qualche insondabile e misteriosa ragione. La mattina seguente mi sveglio, mi vesto e vado: l’invito in tasca.
Ha l’invito, signore?
Sì.
Prego, prenda le scale a sinistra fino al terzo piano.
Giornalisti accalcati all’ingresso. Cartella stampa alla mano, attendo. E poi si entra: è fatta, Simone da Castelnuovo Fogliani vede la mostra di Damien Hirst alla Tate due giorni prima che venga aperta a tutto il resto del mondo.
Nella prima sala mi sento a casa, in mostra opere concepite a cavallo del 1988. Lui inizia e io nasco. E dalla seconda sala non c’è ritorno: mosche che volano, mosche che esplodono. Teste mozzate e un agnello. E poi uno squalo che se la ride. Vivi con le farfalle per qualche minuto: le vedi apparire, ti si appoggiano tra i capelli. Entri in farmacia, una palla che vola mentre tutto intorno i colori girano. Ho visto l’interno di una mucca e di un vitello, enormi mosaici d’ali di farfalle e un agnello nero. Un angelo di marmo e una colomba in formaldeide.
Tra il centinaio di giornalisti e addetti ai lavori nessuno che conoscessi. Soltanto qualche faccia nota vista su internet o nei libri di arte. Il direttore della Tate ci presenta la mostra, in prima fila il suo predecessore. La curatrice ci parla di Hirst.
Secondo giro. L’arte è  nelle prime sale, l’arte è dal 1988 al 1994. Rimango un’ora a vedere video: due clown, i Blur, come spararsi in testa senza incorrere nell’inconveniente di rimanere vivi e si finisce con gli U2: “Even better than real thing”.
Sono passate quasi tre ore, e un enorme posacenere emana forte l’odore acre di sigarette fumate venti anni fa. Attraverso una sala di zirconi e corro a rivedere un teschio, salutato esattamente un anno fa. Tre ore dopo la fame è tanta, la ‘turbine hall’ è buia ma da qualche parte una miriade di lucine brillano, e io so dove trovarle.
E ora è finita: non questa stupenda giornata iniziata con un sorriso isterico, quel che è finito con la frase “prego, scale a sinistra fino al terzo piano” è la vita vecchia. Non conosco nessuno della vita nuova, ma tra i Blur e gli U2 mi sentivo tranquillo stamattina e non so cosa potrebbe succedere se smettessi di mandare mail per gioco e iniziassi a fare sul serio. Credo che manderò una mail per chiedere informazioni.
Simone Monsi
2 aprile 2012, Tate Modern, Londra


sabato 31 dicembre 2011

Un anno in frasi brevi. Capire il silenzio.

Perché una persona abbia una storia da raccontare sarà prima necessario viverla. Durante il tempo da dedicare all’esperienza però potrebbero perdersi le sue tracce, ma quando la incontreremo di nuovo, quella persona avrà finalmente una storia a caratterizzarla e renderla unica, e sarà soltanto merito suo se questa sarà degna di essere considerata interessante.

Ultimamente ho avuto la sensazione di aver terminato un percorso (di studio) per cui ho speso tante energie e nel quale ho investito tanto tempo e riposto tutte le mie speranze, ma che, infine, questo non mi abbia lasciato nulla di concreto tra le mani. E invece a ripensarci s’è fatto tanto e s’è iniziata una storia.

L’anno che sta per concludersi lo iniziai con un progetto già in corso, una sorta di “maratona” dedicata ad un cartone animato: la serie animata Pokémon. Fin da bambino mi porto dietro una particolare passione per i cartoni animati, credo che ad appassionarmi siano le storie e le caratteristiche dei personaggi, ma più di tutto sono i colori. I Pokémon si basano su entrambe le cose, un gran numero di personaggi e tanti colori.
Una volta lessi che da piccoli si amano due cose: gli animali e i supereroi. I Pokémon sono animaletti con superpoteri, tutto ciò che un bambino potrebbe desiderare.
Avevo abbandonato i Pokémon durante il periodo del liceo, ma in realtà non avevano mai smesso di incuriosirmi e quando nella seconda metà del 2010 fu annunciata l’uscita della quinta generazione l’aria si fece di nuovo frizzante e la qualità del nuovo prodotto mi riconquistò pienamente.
Non avendo mai giocato ad un videogioco targato Pokémon decisi che, per riprendere il filo del discorso, avrei dovuto concentrarmi sulla serie animata: quella sì che l’avevo seguita, e tra gli episodi sapevo orientarmi bene.
In circa un anno, dall’estate 2009 all’estate 2010, riuscii a recuperare tutti gli episodi delle varie serie e in settembre iniziai la maratona. È durata dal 27 settembre 2010 al 15 maggio 2011, 231 giorni, 625 episodi, una decina di lungometraggi e più di venti episodi speciali. Un’esperienza fantastica ed emozionante, che non fece altro che confermare la mia passione sia per il prodotto Pokémon, sia per l’animazione giapponese in generale e la cultura e la sapienza tecnica che esistono dietro a questo lavoro.
Dopo l’avventura il divario è stato colmato dunque, e così ho potuto seguire in televisione il finale della terza serie (tredicesima stagione occidentale) e continuare subito dopo con i primi episodi della nuovissima serie, “Best Wishes”.

Nel frattempo lo studio universitario s’era intensificato come mai aveva richiesto in precedenza. I tre esami da sostenere prima di poter dedicarmi alla tesi di laurea mi impegnarono moltissimo e mi ritrovai a decidere di abbandonare un’altra mia passione, la WWE.
Ora so perché il wrestling WWE mi appassionava, non tanto per i colori in questo caso, quanto per la storia. Una volta lessi che nel wrestling si può riproporre la stessa storia dopo sette anni, un periodo di tempo considerato abbastanza lungo per farla assorbire agli appassionati e poterla riutilizzare. Ho seguito la WWE dalla fine del 2003 alla metà del 2011, sette anni. Forse la storia stava iniziando a ripetersi. Ho deciso per una passione più profonda, l’animazione giapponese. Ricorderò sempre le emozioni vissute guardando i tuffi dalle corde, ma era venuta l’ora di scegliere e incanalare tutte le energie nella sola passione che il poco tempo libero concessomi dall’università mi permetteva di coltivare.

Quattro mesi per tre esami. Dall’inizio di gennaio alla fine d’aprile ho studiato nell’ordine Botanica generale, Letteratura latina e Letteratura italiana. Mi sono messo alla prova e ho vinto la battaglia contro la mia memoria e il mio metodo di studio. Ho imparato a studiare, ho conosciuto argomenti lontani dalle mie passioni ma che sono stati utili per dare un’occhiata dentro di me. Ciò che ho odiato studiare mi ha permesso di capire cosa amo davvero e nel frattempo i classici della letteratura mi hanno dato una visione d’insieme della storia, quella storia che oggi è anche mia.

Tra la fine degli esami e l’inizio del lavoro di ricerca per la tesi decisi di partecipare ad un concorso indetto dalla rivista ufficiale Nintendo. Disegnare un Pokémon, un personaggio completo, con nome, caratteristiche e colorazione completamente originali.
Dopo le centinaia di episodi visti mi sentivo pronto ed elettrizzato dall’opportunità, ma non conoscendo le dinamiche precise dello svolgimento dei videogiochi, destinazione originale del prodotto Pokémon, mi documentai. Quando su Wikipedia trovai gli algoritmi che regolano il funzionamento delle mosse dei Pokémon capii che era una cosa seria. La sfida è stata emozionante, ho inventato Chinney, l’ho disegnato, colorato e caratterizzato. Produssi una presentazione di 10 pagine tra testi e illustrazioni e la inviai.

Poi, senza perdere un attimo di tempo, mi immersi nella scrittura della tesi di laurea. Titolo: Damien Hirst. Dagli esordi a “Sensation”. Esperienza impegnativa ed avvincente che mi ha dato modo di conoscere storie in cui ho potuto immedesimarmi e che mi ha permesso di colmare il divario che c’è tra il presente e il passato nel quale l’università che ho frequentato è rimasta intrappolata, il motivo principale che mi spinse a fare una ricerca su Hirst e il periodo che l’ha visto protagonista indiscusso della scena artistica internazionale.
Il lavoro per la tesi mi ha insegnato molto. Ho letto Sarah Kent, Gordon Burn, Gregor Muir, Francesco Poli, Donald Thompson, Julian Stallabrass, Norman Rosenthal e lo stesso Damien Hirst. Studiando un periodo spesso definito controverso ho imparato ad avere il coraggio di assumermi la responsabilità delle idee che decido di sostenere e delle decisioni che scelgo di prendere, anche a costo di non piacere a tutti. Spesso si può avere torto ma chi si arrocca sul trono della ragione senza esporsi al confronto diviene incapace di dimostrare la ragione di cui si vanta e diventa elemento inutile del dibattito. Scompare. E l’ultima cosa che io voglio fare è scomparire. M’è sembrato di capire che chi vuole davvero ce la fa ed è in questa direzione che voglio continuare a muovermi. Ci vuole coraggio, e voglio trovarne abbastanza per farcela.

La sera prima del mio compleanno la tesi era terminata e stampata. Appresi la notizia di aver vinto il concorso Pokémon. Un regalo perfetto! Quest’episodio mi ha fatto riflettere. La domanda è: cosa succederebbe se vincessi un concorso indetto dallo staff dell’edizione italiana della rivista ufficiale della prima multinazionale di videogiochi al mondo per importanza, che ha prodotto i tre videogiochi di maggior successo della storia, per di più disegnando un personaggio completamente originale per la mia serie preferita fin da quand’ero ragazzino? Durante il periodo degli studi universitari non avevo quasi mai disegnato, se non per produrre bozzetti di opere da realizzare con altre tecniche. Potevo non aver perso la manualità per produrre qualcosa che fosse di buon livello tecnico?

Ho vinto. E ho scritto. Ho contattato le uniche due riviste del settore disponibili in Italia, capaci di darmi una visione di ampio respiro sull’argomento. Una, lo scorso novembre, ha pubblicato la mia lettera, rispondendomi che il quartier generale Nintendo a cui rivolgersi sarebbe quello giapponese, confermando ciò che risultava dalle mie ricerche: in Europa si reclutano esclusivamente programmatori ed esperti di business. La lingua potrebbe essere l’ostacolo maggiore mi hanno detto, ed eccomi ancora una volta nella situazione di dover scegliere.
A breve sarei stato laureato; anni fa capii che l’argomento che più m’interessa, mi affascina e nel quale riesco ad esprimermi meglio è la storia dell’arte, ho l’ambizione di specializzarmi in arte contemporanea, e, se avrò abbastanza fegato, tenterò di diventare un artista. Una vittoria estemporanea, seppur nel mio cuore avesse il peso della vittoria della vita, non bastava, ma era comunque un segno importante e da non ignorare.
La sensazione a prevalere è stata quella di avere un altro paio di carte valide in mano e temporaneamente ho scelto di tenere il sogno nel cassetto ancora per un po’, e per ora dedicarsi al mondo dell’arte, per il quale ho studiato e mi sento maggiormente preparato, crearmi una storia artistica, fare esperienza e quando arriverà il momento non esitare ad estrarre dal cilindro Chinney e gli altri e proporli. Ora so di possedere la capacità di studiare e prepararmi, che si tratti di arte, di Hirst, Caravaggio o Pokémon. Sono convinto che il momento arriverà, perché non smetterò di cercarlo.

Mi sono laureato in settembre. Laureato in Beni artistici, teatrali, cinematografici e dei nuovi media presso l’Università degli Studi di Parma. Alla mia discussione ho invitato una sola persona, l’unica con la quale non mi sarei sentito a disagio. Ti ringrazio.

Avevo voglia di mettere le mani in pasta e staccarmi finalmente per un po’ dai libri. Sul tavolo c’erano alcune possibilità tra cui scegliere. Pensai che l’esperienza del tirocinio presso una galleria d’arte contemporanea milanese avrebbe potuto tenermi impegnato per qualche mese prima di un possibile soggiorno all’estero. Nessun riscontro. Tre mesi possono sembrare pochi, a me son parsi una mezza eternità. C’è chi dice che a gennaio mi chiameranno in tanti e sarò costretto a scegliere. Forse però sarà tardi, in questi mesi non son stato ad aspettare.

Durante l’anno ho viaggiato. In giugno andai a Londra per capire come si vive da soli e tornai a casa entusiasta; ho festeggiato il compleanno a Bobbio; in settembre, poco prima di laurearmi, ho visitato la Biennale d’arte di Venezia ed è stata l’ennesima conferma. Non c’è motivo per ignorare il contemporaneo e rimanere con lo sguardo rivolto al passato, se si ha la volontà di farlo si può studiare e capire anche il presente, la materia più ostica. M’è piaciuta la Biennale di quest’anno, finalmente dopo tante visite inizio ad avere i mezzi per comprenderla ed apprezzarla. Un mese dopo sono tornato a Venezia per visitare alcune mostre collaterali: Anish Kapoor, Jan Fabre e Karla Black.

Karla Black a Venezia: la mostra più emozionate vista quest’anno, peccato non abbia vinto il Turner Prize; peccato anche per Ascension di Kapoor, l’installazione alla Fabbrica del Vapore a Milano al contrario è certamente al secondo posto della classifica delle mostre più emozionanti viste quest’anno; For the Love of God di Hirst, visto a Firenze in aprile: indimenticabile.

Ho visto decine di film, ma ne voglio ricordare pochi, i miei preferiti: La versione di Barney di R.J. Lewis; 127 ore di D.Boyle; 13 assassini di T. Miike; le sensazioni della Mostra del Cinema di Venezia: Seediq Bale di Wei Te-Sheng. E il coro in sala.

Ricordo le frizzanti private views e la performance di Shen Wei alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia: capire di avere la possibilità di aprire gli occhi senza dover prendere l’aereo. In novembre, invece, mi sono preso la pioggia a Liverpool: un bel viaggio, perché ogni viaggio ha il suo sapore, ed ho imparato qualcosa anche in quell’occasione. Durante un attimo di spaesamento mi sono ricordato qual è il luogo in cui mi sento a mio agio e nel quale so esprimermi al meglio.

Io da grande voglio fare l’artista perché ho l’esigenza di esprimermi. E che io faccia esperienza nell’ambiente con tirocini o altro non importa poi così tanto. L’ultima fase sarebbe quella di eliminare gli intermediari e andare a propormi personalmente. E a questo s’è lavorato.
Avevo lasciato che troppa polvere si accumulasse sui progetti artistici. Si sono ripresi in mano i fogli, s’è aperto il sito web e stampato nuovi biglietti da visita, s’è iniziato a parlare e registrare le riflessioni, si sono prodotti documenti cartacei dei lavori fatti negli ultimi anni, compreso un bel libretto di 150 pagine intitolato Una discussione sull’arte. Ora è arrivato il momento di lavorare a nuove opere, il punto di svolta del programma. Passare dal passato al futuro, impegnandosi da questo momento. Le cose da fare sono poche: puntare al giusto obiettivo e cioè puntare in alto, badare alla qualità e concretizzare.

Pochi giorni fa ho pensato che questo sarebbe un buon momento per far terminare la storia, sono stati raggiunti degli obiettivi e la vita inizia ad avere un senso. Potrebbe essere un buon finale. Ma il finale è sempre un punto d’arrivo nel quale le cose si sistemano in un certo ordine, proprio come all’inizio di qualsiasi storia, che parte ogni volta da una situazione ordinata. La fine e l’inizio dunque: ogni fine può essere un nuovo inizio. Questo momento potrebbe essere un finale ma certamente è anche un nuovo inizio.

È chiaro che ciò che scrivo è destinato essenzialmente a me, serve a fare il punto della situazione, capire chi sono, come evolvo e dove voglio andare.
Potrei interpretarlo come un segnale il fatto che questo riassunto sia stato pensato in frasi brevi, c’è così tanto da fare e non c’è tempo per scrivere papiri. Forse la storia comincia ad ingranare.

La musica che ha accompagnato questo mio anno è dei Sukima Switch e delle Puffy Ami Yumi.
L’attività fisica rimane la mia bestia nera, e trovo che sia un vero peccato.
Con l’inglese ci sto provando ma so di dover cambiare aria, è necessario.
Ho conquistato la fiducia di persone che stimo, ho amici che mi ispirano quotidianamente e che alimentano la grande forza di volontà che mi anima. Mi sento pieno e mi dico: “continua così”.

È arrivata l’ora di riflettere sui seguenti punti, ormai cruciali, perché cruciale è il momento attuale della mia vita: se continuerò a studiare lo farò all’estero, oppure potrei cercare un percorso diverso dalla carriera da studente, ma in ogni caso mi imporrò di farlo lontano da casa, per poter crescere, vedere ed imparare. E continuerò a disegnare! Di partire ho paura ma l’alternativa sarebbe peggiore, so già che lo è.

Se si hanno rimpianti del passato significa che in quelle occasioni non è stato fatto tutto il possibile. Qualunque cosa succeda io cercherò di non avere rimpianti come non ne ho ora, ce l’ho sempre messa tutta e continuerò a farlo, perché è l’unico modo che conosco per fare le cose come mi piacciono, mettendocela tutta.


SM

mercoledì 7 dicembre 2011

N11, a Mail art project / un progetto di Arte postale



Un percorso: dallo studio dell’artista al luogo dove è avvenuto l’ultimo incontro con il destinatario.
     Ponendo come presupposto della riflessione la dualità tra realtà virtuale e realtà fisica si sono messe a confronto due tipologie di contatto tra persone: in un caso mediato dallo strumento digitale e, nell’altro, senza intermediazioni, un contatto diretto, fisico. Origine del procedimento è stato assumere il luogo dell’ultimo incontro (fisico) come riferimento per un nuovo incontro; se il precedente è stato possibile potrà esserlo ancora.

N11 si inserisce all’interno di una tradizionale iniziativa a carattere artistico avviata da alcuni anni ma che in questa occasione ha subito un mutamento che viene a caratterizzarne l’essenza; infatti, pur continuando a selezionare i destinatari più adatti a parteciparvi e mantenendo la tipica cadenza temporale (dal quale ne trae il nome), le tematiche trattate sono state rese autonome e non più vincolate rispetto al periodo dell’anno in cui trova compimento il progetto.



sm

domenica 31 luglio 2011

Notizie dal diario estivo

     Oggi voglio considerare la fine del mese di luglio come una tappa posta circa a metà del tragitto rappresentato dall’anno che si sta vivendo, un momento in cui pensare alla strada percorsa finora e alle incognite che si intravedono al termine di questa, una strada che può essere identificata essenzialmente col percorso universitario. L’impegno richiesto da quest’ultimo ha occupato prepotentemente tutti i mesi trascorsi dall’inizio dell’anno ad oggi, durante i quali lo studio si è intensificato e il tempo necessario per la preparazione degli ultimi esami in calendario è stato tanto; un tempo che però ha anche riservato numerosi insegnamenti capaci di condizionare in maniera permanente il mio modo di vedere e affrontare la vita, un approccio che ora sento più consapevole e completo.
     Parallelamente alla carriera di studente non ho comunque mai smesso di coltivare i miei interessi più personali e, grazie alla passione che talvolta sembra assumere le caratteristiche dell’incoscienza, l’impegno profuso nel perseguire i sogni sembra aver riscosso un primo segnale positivo, che mi sento di poter considerare per nulla fraintendibile.
     Bilanciare responsabilità e creatività ha però richiesto tantissime energie e ha lasciato dietro di sé i segni della stanchezza ma, malgrado questa, la voglia di fare accumulata fin qua è tanta da non sentirmi spaventato dalle incognite del futuro e credo sia arrivata l’ora di trovare il coraggio di osare e rischiare, il momento di mettersi in gioco totalmente. Ciò non significa gettarsi nella mischia allo sbaraglio ma, anzi, se si è certi del valore che è venuto ad acquisire il percorso fino ad ora compiuto, non si deve avere timore di esporsi in prima persona e sostenere le proprie idee, sempre nel rispetto dei differenti punti di vista ma, allo stesso tempo, con decisione e convinzione.
     Se, dunque, quest’ultimo lungo periodo composto di tanti mesi d’impegno individuale ha messo alla prova i nervi e le capacità di comprensione e di pensiero, fiaccando, in alcune occasioni, anche la voglia di pensare in modo vitale e innovativo, ho avvertito nel frattempo anche la possibilità di correre il rischio di perdere di vista i semplici ma essenziali valori nei quali credo profondamente, valori che in ogni condizione in cui mi venga a trovare riescono a trasmettermi la capacità di farmi forza e di trovare le energie per far fronte alle difficoltà e alle serie di impegni che inevitabilmente la vita riserva. Per non dimenticare mai, allora, queste brevi ma imprescindibili formule in cui tanto sento di riconoscermi voglio oggi scriverle, scriverle qui.

Credo nell’onestà, nella sincerità, nella voglia di imparare e nella voglia di fare.
Credo che non si debba limitare la curiosità e credo nella capacità di indirizzare la creatività.
Credo nella costanza di coltivare i sogni.
Credo che sia essenziale avere fiducia nelle proprie potenzialità e credo nella capacità di saper concretizzare le idee.
Credo nella necessità di avere sempre una visione d’insieme e che si debba evitare di cedere ai facili schematismi.
Credo nel guardare lontano e che umiltà e ambizione non siano termini opposti e inconciliabili.
Credo nel non arrendersi mai.
Credo che ora si debba avere coraggio, il coraggio di parlare, il coraggio di agire.
È il momento del coraggio.
È il momento di avere coraggio.


SM

venerdì 31 dicembre 2010

Appunti di fine corsa e nuovi propositi

Sfoglio l’agenda, scorro velocemente il blog e cerco di non ignorare nessun ricordo, un anno è trascorso.
Non si può dire che sia volato, gli impegni sono stati tanti e più o meno importanti, ma per quanto mi riguarda si è arrivati a dicembre piuttosto scorrevolmente; si sono vissuti momenti piacevoli, che mi auguro di aver gustato appieno, ed altri più difficili, per affrontare i quali si è fatto ricorso a tanta buona volontà. Un anno passato tra università e nuovi progetti, non sono diventato puntuale e non ho trovato il tempo sufficiente per dedicarmi allo sport come avrei voluto, ma non tutto è da buttare e, anzi, ho vissuto anche tante situazioni positive che mi permettono di averne un ricordo felice.

Grandi cambiamenti? Direi di no, ma tante e tante idee sviluppate e, le più fortunate, anche concretizzate!
In primo luogo sono davvero contento di aver iniziato l’anno completamente assorbito dalla preparazione della mostra Berlino è in Germania: un’esperienza che mi ha permesso di conoscere persone nuove ed intelligenti, sono stato messo alla prova da nuovi ambienti di lavoro e soprattutto si è rivelata un’opportunità importante per far conoscere le mie fotografie esponendo dieci scatti berlinesi. Un’occasione che ha riempito il mio serbatoio di entusiasmo e mi ha dato la carica per impegnarmi seriamente nelle riflessioni e nei progetti artistici dei mesi seguenti. Anche l’esposizione dell’installazione alla Vetrina Flash di p.zzale Battisti a Parma tra maggio e giugno è stato per me un momento altrettanto importante: un’idea nata all’improvviso che inaspettatamente è diventata un nuovo punto di partenza, un nuovo binario da percorrere verso lontane mete artistiche e primo di una serie di lavori che cercano di affrontare una riflessione sul linguaggio e sull’uso che ne viene fatto nella società contemporanea.

Sull’onda positiva di queste iniziative ho trasformato il mio profilo Myspace in un punto di riferimento per chi volesse consultare le mie opere ed ho affiancato ad esso alcune altre pagine, come questa, dove è possibile seguire i miei pensieri e le mie riflessioni e tenere i contatti con gli amici; e parlando di amici non posso trascurare la discussione sull’arte, iniziata in piena estate (ed accessibile a pochi intimi), che intervento dopo intervento è, a mio parere, riuscita ad arricchirci grazie ai costanti confronti tra le diverse visioni che si hanno delle esperienze artistiche e le differenti opinioni sul significato dell’arte.

E poi ci sono stati tanti altri piccoli fatti di contorno che hanno reso gli ultimi dodici mesi più avvincenti:
in primavera ho imbiancato la mia cameretta e grazie al prezioso supporto targato IKEA l’ho rinnovata in alcune sue parti; così durante i caldi giorni estivi ho approfittato del suo rigenerato lato accogliente per leggere, oltre agli innumerevoli testi universitari, alcuni libri interessanti ed appassionanti che da tempo riposavano sui ripiani della libreria. Orwell, il mio preferito.
Nel corso dell’estate ho poi visitato alcuni simpatici lamantini a Genova e poco dopo ho dovuto acquistare un computer nuovo a causa della irrimediabile dipartita di quello precedente: la cosa non era prevista, ma cogliendo la palla al balzo si è cercato di non farsi mancare niente.
Successivamente, dopo numerosi tentativi, è stato stampato (come lo immaginavo!) il portfolio che raccoglie i miei quadri degli ultimi due anni; ho cambiato indirizzo e-mail ed infine ho acquistato, grazie al potere del salvadanaio (e a qualche sostanziale aiutino genitoriale), una macchina fotografica reflex digitale. Ancora prima però avevo abbandonato i variegati propositi di allestire una camera oscura qui a casa: è una decisione che mi è dispiaciuto prendere ma è stata la scelta più responsabile che potessi fare. Il materiale fotografico è ormai quasi del tutto irreperibile e prendersi cura del poco che si trova qua e là diventerebbe un ulteriore impegno che non mi sento di poter adempiere nel migliore dei modi. Sono però fiducioso, una passione rimane tale anche se non trova sfogo nell’immediatezza e chissà che in futuro io non possa rimediare. Per ora la Nikon D3000 mi soddisfa pienamente e mi concentrerò sui progetti fotografici in cantiere, dei quali spero potrò presto dare notizie su queste pagine!

Oltre all’inedita gita a Genova (indimenticabile grazie alla squisita focaccia) fatta in febbraio per vedere la mostra dedicata a Cartier-Bresson vorrei ricordare due viaggi in particolare che hanno caratterizzato il mio 2010: nel mese di marzo ho visitato una città dove non ero mai stato, Roma, e in dicembre sono ritornato a Londra, in Inghilterra. In queste città ho visitato le mostre e visto le opere d’arte che più mi hanno emozionato ed interessato quest’anno: Caravaggio alle scuderie del Quirinale, Turning the World Upside Down di Anish Kapoor (Kensington Gardens) e Sunflower Seeds di Ai Weiwei alla Tate Modern. E il Turner Prize? Vedere le opere esposte alla Tate Britain è stato come realizzare un piccolo sogno, non scherzo. Sia chiaro però, non mi fermo qui: vorrei che viaggiare, conoscere luoghi mai visti prima e approfondire gli studi artistici diventassero i cardini del mio futuro, ma per ora il mio percorso è all’inizio e le emozioni provate durante queste mie prime volte sono grandissime.

Ed infine qualche riga dedicata all’anno universitario: anno accademico 2009/10 e oltre.
I propositi erano tanti, con l’impegno mi sono fatto forza nei momenti più intensi e ora mi sento soddisfatto del percorso compiuto in questi mesi. Il programma in vista della sessione di laurea straordinaria di marzo/aprile 2011 recita ancora un esame in più di quelli sostenuti, ma le previsioni tendono spesso all’ottimismo e questa volta lo devo ammettere anch’io; sette esami sostenuti, un’idoneità linguistica superata e 250 ore di tirocinio formativo terminate da pochi giorni mi bastano a farmi sentire appagato. Ora però c’è una fase finale che mi aspetta, e che sogno da tanto tempo: due esami da sostenere, uno da completare e una tesi di laurea da scrivere. E così alla fine la tabella di marcia dovrà essere modificata e cercherò di concludere questo ciclo di studi triennale nel periodo estivo ma, se devo essere sincero, sarebbe già incoraggiante che la dottoressa relatrice della mia tesi ricordasse il mio nome (e se non chiedo troppo anche l’argomento che ho deciso di trattare) la prossima volta che ci incontreremo.
Anche quest’anno dunque l’università mi ha regalato momenti intensi ma felici, l’occasione per una mostra, la conoscenza di persone interessanti e competenti, nuovi argomenti da approcciare e studiare che mi hanno arricchito profondamente.

A questo punto del discorso avevo in programma di spendere due parole su un’ulteriore decisione che è maturata in me nel corso dell’anno: lasciare il mio Paese d’origine, l’Italia, e cercare un futuro all’estero. Si potrebbero scrivere fiumi di parole sui disagi e le spiacevoli sensazioni che si vivono di recente nel Belpaese e potrei perderci un pomeriggio, ma non mi va di farlo; una pagina era già scritta ma non credo valga la pena pubblicarla, non avrei detto assolutamente niente di nuovo. Passo direttamente al punto successivo della discussione: sogno di lasciare l’Italia. Un Paese con un sistema sociale che non recepisce ed integra i laureati, dove si è ritenuti giovani fino ai 40 anni, dove il treno arriva in ritardo cinque giorni su sei e il costo del biglietto aumenta ogni settembre, dove la sanità non garantisce la salute e la giustizia è alla portata di chi ha il reddito per permettersela. Un Paese dove se qualcosa non va la colpa è della politica è un Paese dove la politica è insinuata in ogni meandro della società e questo a mio parere è sbagliato. È avvilente vivere in un Paese che si definisce una democrazia occidentale ma che nello stesso tempo mi fa dubitare seriamente che le situazioni appena citate possano essere reali; in alcuni sfortunati casi il dubbio diventa realtà e di questi a me pare di ricevere notizie quotidianamente. È esasperante avere poco più di vent’anni e vivere la sensazione che ovunque ci si volti ci siano strutture (sociali ed economiche, ma anche architettoniche, perché no!) dalle fondamenta in situazioni critiche e non troppo raramente in fase di crollo.
Questo è quello che penso e non vedo dove poter trovare il coraggio per ascoltare chi dice: "se le cose vanno male rimani e cerca di migliorarle". A mio parere la situazione è compromessa e se qualcosa è rimasto da salvare preferisco trasferirlo altrove dove un poco di terra fertile è rimasta; qui è terminata.
È ovvio che non basta cambiare quartiere per risolvere i problemi del presente e le incognite del futuro ma una cosa è certa, restare e non provare sarebbe insopportabile. Il pensiero di non aver provato a cambiare aria quando ce ne fosse stata la possibilità sarebbe insostenibile, voglio provarci e voglio farcela! Ma non è comunque per niente bello essere messi in condizione di dover allontanarsi dalle proprie origini per tornare a credere nel futuro.


Insomma, non è stato affatto semplice raccogliere gli avvenimenti di tutto l’anno appena trascorso in così poche righe ma sono convinto sia meglio ricordare le cose buone e non fare troppo caso alle altre, che prima o poi verranno superate e rimpiazzate da ricordi più felici. Felice, come sono io ora, di avere accanto amici cari, persone degne di stima ed altre addirittura speciali, che credono in me e mi supportano con entusiasmo e che senza le quali non potrei trovare l’ispirazione.
Ora credo sia giunta l’ora di concludere il mio intervento, mi sembra di averci messo tanta sostanza quanto basta e spero vivamente che questo testo non risulti ai più uno sproloquio.
Dunque è tempo di lasciarci alle spalle le belle avventure vissute e prepararci a quelle che verranno insieme al nuovo anno nel quale riponiamo le nostre speranze: una sorta di elenco di tappe per le quali passare e che ci daranno modo di crescere e diventare migliori, o almeno così vorrei che fosse.

Dunque, 8 nuovissimi super-propositi!

8 Creare nuovi biglietti da visita personalizzati;
7 Fare attività fisica con costanza e continuità;
6 Coltivare la ritrovata passione per l’animazione e non permettere che venga accantonata come è successo in passato;
5 Continuare a viaggiare ogni volta che ce ne sarà occasione!
4 Lavorare intensamente a nuovi progetti da proporre per nuove mostre;
3 Imparare l’inglese, ed intendo imparare a dire quello che penso e smettere di conoscere tre frasi fatte e poco più di venti parole;
2 Conseguire la laurea;
1 Avere le carte in regola per lasciare l’Italia!


Arrivederci e ciao!

SM

sabato 18 dicembre 2010

natale 2010

La riflessione prende spunto dalle mie esperienze personali con l’intento di indagare i legami che possono intercorrere tra le astrazioni del linguaggio e gli effettivi svolgimenti del vivere quotidiano.
Partendo dalla definizione del termine natale data dal dizionario mi sono posto alcune domande senza obbligo di risposta seguendo uno schema casuale, dettato dall’ordine dei miei ricordi riguardanti il periodo che precede e di poco segue il Natale.

natale [na-tà-le] s.m. 1 giorno della nascita; anniversario del giorno della nascita 2 Natale, festa liturgica ricorrente il 25 dicembre per ricordare la nascita di Cristo: vacanze, auguri di Natale; fare Natale in famiglia, sulla neve, trascorrerlo, festeggiarlo ¶ Lat. natāle (m) ‘natalizio, concernente la nascita’, deriv. di nāsci ‘nascere’.

Che cosa rappresenta il vocabolo natale?
La ricorrenza è pienamente rappresentata dalla definizione? e la parola può avere in sé un significato più grande della festività?

Per stimolare lo svolgimento del discorso ho subito introdotto una provocazione, che non ha trovato ostacoli nel sorgere: si può considerare Natale come un trademark?
Un nome vuoto, come se non avesse in sé alcun significato, che distingue la festività dalle altre in calendario, riducendola così a “una delle”, e non traduce più i propri caratteri distintivi in tradizione ma viene essa tradotta in oggetti, quelli sì, ormai tradizionali. È il titolo che si da’ ad un periodo dell’anno, un titolo da riempire di gadget: la ricorrenza acquista nuovi caratteri, dalla simbologia rituale all’oggettistica simbolica. Il Natale come evento da spremere per produrre oggetti, ma non solo: slogan studiati per l’occasione invitano a modelli di comportamento che diventano essi stessi distintivi e caratteristici, orpelli di un concetto da tradurre alla massa; motivo orecchiabile, mascotte simpatica (meglio se con frase ad effetto). La campagna pubblicitaria ha inizio.

E quindi arrivo a chiedermi quanto il natale sia cambiato, quanto il periodo che viviamo annualmente è corrisposto dalla definizione che si da’ di esso? e, infine, per quale sua peculiarità, più delle altre, noi aspettiamo il Natale?
Quanto incide sul nostro modo di viverlo la veste puramente commerciale che si da’ ad esso? In quale diversa forma lo vivremmo se non fossimo assoggettati alle modalità di publicizzazione di un evento del terzo millennio?
Se dunque ero partito ragionando sul fatto che il concetto astratto del natale che può essere pensato non potesse corrispondere di fatto al Natale, che trova espressione concreta nei comportamenti quotidiani, ora sono portato a supporre che l’aspetto materiale della ricorrenza non sia più solamente la traduzione di un’idea ma che a sua volta condizioni o quasi interamente sostituisca la rappresentazione mentale che della festività si concepisce.
Ammesso che non si sia di fronte ad una sorta di complementarità tra aspetto interiore e quello più tangibile del vivere il periodo natalizio, ma si assista ad una sotterranea ed inesorabile contaminazione e modificazione per arrivare ad una inconsapevole sostituzione del sentimento originario promotore, a mio avviso, di qualsivoglia ricorrenza spirituale, si può così pensare che esso sia oggi in buona sostanza compromesso, senza più resistenze, direttamente dalla materialità che contraddistingue in questo periodo storico le feste, le ricorrenze, le tradizioni, queste ultime svuotate dei significati originari, ora mutati, e delle quali rimane soltanto il nome.

Simone Monsi

simonemonsi@ymail.com
www.myspace.com/simoemme

venerdì 30 luglio 2010

Berlin photobook

È da tempo che si parlava di questo photobook, una delle tante idee schizzate su un foglio e messe nel cassetto insieme a tutte le altre.
Questo piccolo progetto è l’ultima fase di un lavoro iniziato a Berlino nel maggio 2009, dove scattai alcune fotografie con una macchina fotografica analogica su pellicola b/n. Successivamente dieci di queste furono esposte, tra le altre opere, alla mostra “Berlino è in Germania” tenutasi a Parma nel marzo 2010.
Dopo la mostra però mi ha spesso solleticato l’idea di trovare il modo di pubblicare online le fotografie, magari in un piccolo catalogo, perché potessero essere consultate anche in futuro.
L’aver lavorato in analogico ha a volte complicato le cose ed allungato i tempi ma ora il lavoro è finalmente concluso e disponibile online all’indirizzo http://issuu.com/blankmag/docs/berlin .
Il book comprende le dieci fotografie esposte a Parma più una inedita.

Il lavoro è frutto della collaborazione con Nicola Munari che ha curato la digitalizzazione delle fotografie e il progetto grafico del book.
Voglio ringraziare sinceramente Nicola per la disponibilità, la pazienza e per aver contribuito significativamente a concretizzare un’idea rimasta a lungo in disparte ma che non ha mai smesso di far sentire la sua presenza.

In un pomeriggio di fine luglio si è così, quasi inaspettatamente, realizzato un piccolo sogno, e questo mi dà tutte le energie per non fermarmi qui, continuare a scrivere idee su un quaderno e sull’altro, conservarli uno sopra l’altro in un angolo della stanza o in un cassetto, sicuro del fatto che prima o dopo ciascuno di questi piccoli progetti possa trovare il modo di essere realizzato.

SM